di Massimo Landi
CONTACT X FILE – ta già creando un’ondata di dibattito internazionale ancor prima di uscire. The Age of Disclosure – in italiano L’era delle rivelazioni – è il nuovo documentario scritto e diretto dal produttore e regista Dan Farah, già noto a Hollywood per il suo lavoro su Ready Player One e per la sua attenzione ai temi della manipolazione tecnologica e della percezione collettiva.
Distribuito da Relentless Releasing e prodotto da Farah Films, il film debutterà su Prime Video il 21 novembre 2025, con un’uscita globale in più di 40 Paesi, compresa l’Italia, dove sarà disponibile con doppiaggio e sottotitoli ufficiali.
Il titolo, che letteralmente significa “L’età della rivelazione”, affronta un tema tanto affascinante quanto controverso: l’idea che da ottant’anni governi e agenzie di intelligence di vari Paesi, in primis gli Stati Uniti, abbiano deliberatamente occultato informazioni sull’esistenza di vita intelligente non umana e sul recupero di tecnologie di origine sconosciuta.
Un mosaico di testimonianze dall’interno
Nel film compaiono 34 testimoni, molti dei quali ex membri del governo, dell’esercito e dei servizi segreti statunitensi. Tra i più noti ci sono i senatori Marco Rubio (repubblicano) e Kirsten Gillibrand (democratica), entrambi protagonisti negli ultimi anni delle audizioni congressuali sugli UAP (Unidentified Aerial Phenomena).
Appaiono inoltre figure di primo piano come James Clapper, ex direttore della National Intelligence, e Lue Elizondo, ex funzionario del Pentagono che nel 2017 contribuì a svelare l’esistenza del programma segreto AATIP (Advanced Aerospace Threat Identification Program), finanziato dal Dipartimento della Difesa per studiare oggetti volanti non identificati.
Le loro dichiarazioni si intrecciano con testimonianze di piloti, analisti radar e tecnici aerospaziali che affermano di aver osservato velivoli “capaci di manovre incompatibili con le leggi note della fisica”. Molti di questi episodi, raccontati in dettaglio, risalirebbero agli anni ’50 e ’60, periodo in cui il governo americano conduceva indagini segrete come Project Blue Book, ufficialmente chiuso nel 1969.
La trama invisibile della “guerra tecnologica”
The Age of Disclosure non si limita a raccogliere testimonianze: costruisce un vero e proprio intreccio geopolitico. Secondo la tesi del documentario, dietro decenni di silenzio si nasconderebbe una competizione globale tra superpotenze per decodificare presunti materiali di origine non terrestre.
Documenti declassificati, mappe militari e filmati d’archivio compongono un mosaico che, sebbene affascinante, solleva più domande che risposte. Vengono mostrate presunte evidenze fotografiche e radariche, insieme a interviste con fisici e ingegneri che suggeriscono l’esistenza di programmi di retro-ingegneria mai dichiarati.
Il film, tuttavia, evita toni complottistici espliciti: Farah adotta uno stile visivo sobrio e giornalistico, alternando interviste in camera a lunghe sequenze documentarie. Il risultato è un racconto che oscilla fra inchiesta politica, thriller scientifico e dramma istituzionale.
Un contesto politico che cambia
L’uscita del documentario arriva in un momento in cui la questione UAP è tornata al centro della scena pubblica statunitense. Negli ultimi due anni, il Congresso ha istituito un UAP Disclosure Act, una serie di audizioni e un ufficio permanente per la raccolta di segnalazioni da parte del personale militare.
Nel 2023 e 2024 diverse audizioni pubbliche hanno visto ex ufficiali dichiarare sotto giuramento che “gli Stati Uniti possiedono frammenti di veicoli di origine non umana”. Queste affermazioni, benché prive di prove verificabili, hanno alimentato un clima di crescente curiosità e scetticismo.
In questo contesto, The Age of Disclosure non è soltanto un prodotto cinematografico: è anche uno specchio politico e culturale. Farah, infatti, non si limita a chiedere “cosa sappiamo sugli UFO”, ma “perché non ci viene detto ciò che sappiamo”. È una domanda che tocca il cuore del rapporto fra trasparenza governativa, libertà d’informazione e fiducia pubblica nelle istituzioni.
Critiche e riserve della comunità scientifica
Molti ricercatori e astrofisici hanno accolto con scetticismo le tesi del film. La NASA, attraverso il suo gruppo di studio sugli UAP, ha ribadito che “non esistono finora prove fisiche o visive che confermino la presenza di vita extraterrestre sulla Terra”.
Tuttavia, il documentario riesce a spostare l’attenzione dal fenomeno in sé al comportamento delle istituzioni, mostrando come il segreto militare e la disinformazione abbiano influenzato per decenni la percezione pubblica del mistero. In questo senso, The Age of Disclosure si avvicina più a un’inchiesta sulla costruzione politica del silenzio che a un film di fantascienza.
Reazioni e prime recensioni
Presentato in anteprima al festival SXSW 2025 di Austin, il film ha diviso critica e pubblico. Variety lo ha definito “un’opera ambiziosa che mescola giornalismo e suggestione”, mentre The Guardian lo ha accusato di “romanticizzare l’idea del segreto governativo”.
Il portale People.com, invece, ha messo in evidenza “il coraggio di portare sullo schermo figure istituzionali reali, che non si limitano a commentare ma denunciano direttamente un sistema di occultamento pluridecennale”.
Un caso mediatico e culturale
Oltre alle questioni extraterrestri, il documentario affronta temi di grande attualità: la gestione dei dati sensibili, la fiducia nella scienza e il potere delle narrazioni digitali nel plasmare la verità.
Non a caso, la promozione del film è avvenuta attraverso una campagna social che mescola citazioni storiche, immagini d’archivio e teaser in stile intelligence, con lo slogan:
“La verità non è là fuori. È stata sempre qui.”
Un messaggio che sintetizza bene l’approccio di Farah: più che cercare “alieni”, il film cerca di interrogare noi stessi, e il modo in cui le società moderne gestiscono ciò che non comprendono.
Che si tratti di una grande operazione di marketing o di un sincero tentativo di trasparenza, The Age of Disclosure rappresenta un fenomeno mediatico senza precedenti. Non solo per il tema trattato, ma per la capacità di intrecciare politica, cultura e mistero in un linguaggio che parla al pubblico globale della società dell’informazione.
Il 21 novembre milioni di spettatori si collegheranno a Prime Video con un misto di curiosità e scetticismo. E la domanda che aleggia sopra ogni dichiarazione resta sempre la stessa: siamo davvero pronti, come civiltà, per l’era delle rivelazioni?

