Carissimi redattori e amati lettori
Si sa, vivere è complicato, specialmente quando tentiamo di rientrare in contesti, rispettare scadenze o manchiamo un obiettivo. Perciò ho creduto divertente, appunto, andare a solleticare un pensiero molto utile, specialmente oggi: l’umorismo.
Immaginando subito le mille diversità che vi sono in questo mondo, ho ricordato che nell’umorismo c’è alla base una sana caratteristica, proveniente da un atto umano: il riso. Dobbiamo far caso che l’uomo, e pochi altri animali, esercitano questa attitudine. Si, gli animali mostrano felicità, prendendo ad esempiole scimmie, nostre vicine progenitrici, quando sorridono sono avvertite da noi come un qualcosa di comico. Esse ridono per mostrare gioia, nelle fasi di gioco o scherzo.
Di intellettuali ve ne sono stati che hanno esaminato il riso, si pensi a Bergson. Henri Bergson, filosofo francese, scrisse “Saggio sul significato del comico” , ed era un sostenitore del fatto che l’emozione fosse nemica del comico. Più tardi svilupperà la teoria chiamata ‘Anestesia del cuore’ proprio per sottolineare, seppur temporaneamente, che fosse necessario addormentare la propria compassione per godere a pieno della risata. A mio avviso vi furono teorie più grandi e interessanti, proprio per la loro saggia, libera ed equilibrata umanità. Vladimir J. Propp, filologo, letterato e intellettuale russo, studiato decenni più tardi in Europa, scrivendo “Comicità e riso – letteratura e vita quotidiana”, mette le basi iniziali per comprendere le ragioni più naturali del riso umano, distinguendo il ridicolo dal comico, riunendoli nel concetto di comicità, ma andando ad esaminare, attraverso i classici della letteratura russa, le ragioni per cui l’uomo ride.

‘I cosacchi dello Zaporož’e scrivono una lettera al sultano di Turchia’ (1880-1891). Il’ja Efimovič Repin
Partendo dal dipinto di Il’ja Efimovič Repin, chiamato ‘I cosacchi dello Zaporož’e scrivono una lettera al sultano di Turchia’, l’autore introduce a un fatto ovvio: l’uomo per sua natura si deride. Questo è il primo tipo di riso che intercorre fra gli esseri umani, il più naturale che arriva in maniera autonoma.
Lasciando perdere tutti i perché, compresi nella lettura del testo, c’è un qualcosa di ancestrale che l’uomo prova per i simili a causa delle forme e i tratti propri.
Si evince, che l’umorismo è una caratteristica umana, la quale fondandosi sulla derisione naturale per l’homo sapiens, con eventuali variazioni di forma e significato, tocca tenere questioni come la tradizione, il rito e gli affetti. È umoristica dunque una nuvola o il profilo di una montagna, quando assomigliano a volti umani, fa ridere allora un grande oratore interrotto da una mosca, o un essere maschile che interpreta la Venere mentre esce dall’acqua. Da qui le parole di Aristotele enunciate < solo l’uomo ride e soltanto per qualcosa di umano>. Questo qualcosa di umano, è ancora intuibile, per esempio, nell’arte dei burattini, fantocci di legno e pezza che scimmiottano il nostro vivere. L’umorismo ha il compito di colorare la vita, senza dissacrarla, non è divertente prendere in giro soggetti in difficoltà fisica o che hanno subito perdite emotive molto forti.
Un frangente umoristico si ricollega istintivamente al linguaggio, quindi alle differenze etniche, alla moda, dunque al fatto di rientrare in parametri estetici accettabili da un nucleo sociale e alla biologia, nel senso di dover rispettare un’armonia ereditata dai moduli di perfezione antica che dagli egizi ai greci creavano il concetto del bello. Si capisce dunque il perché, una persona dal grande naso, barba o capelli esagerati, sia oggetto di scherno e freddure.
È umoristico ipoteticamente anche il proprio scopo, istituito dalle figure di riferimento: medici, insegnanti, barbieri, cuochi, sarti e scienziati … soprattutto quando essi hanno una filosofia portante che, anche esteticamente, non rassomiglia a ciò che rappresentano. Si pensi al famoso aneddoto del calzolaio con le scarpe rotte che, comunque si dice sia spesso sbadato per aiutare più gli altri che sé stesso.
È rinfrancante vedere il comico, nella sua accezione umoristica per comprendere come alla fine, tutti noi siamo oggetti di comicità. Ed è curioso leggere la parola umorismo e riscoprire che sia simile a umore, come se sempre vi fosse la possibilità di alleggerire la pesantezza del quotidiano.
Non è male pensare ogni tanto ai calembour, ai paradossi e ad ironie, se i sorrisi vengono fuori. È giusto, a volte, scambiarsi anche idealmente, con dei qui pro quo e ricordarsi magari la sacralità del gaudio.
Un sincero saluto, da una delle menti più argute, e forse più lontane dalla stupidità, che ebbe il coraggio di prendere in giro coloro che più gli assomigliavano in intelletto:
– <Se un uomo non sta agli scherzi … buonanotte! E, sapete, non può essere neppure veramente intelligente, anche se fosse un pozzo di scienza> – Anton Čechov .
Paolo Cavaleri

