Guerra e psiche: Chiavi nascoste

di Apostolos Apostolou

KAIRICITÀ – Se Sigmund Freud potesse osservare il mondo contemporaneo, difficilmente resterebbe sorpreso dalla persistenza delle guerre e dalla natura dei leader politici. Piuttosto, vedrebbe confermate molte delle sue intuizioni più controverse che  l’essere umano, al di là della civiltà e delle istituzioni, resta attraversato da pulsioni profonde, spesso distruttive, che la ragione non riesce mai del tutto a domare.

Freud ha sviluppato il concetto di pulsione di morte (Thanatos), una forza inconscia che spinge gli individui verso l’aggressività, la distruzione e, in ultima analisi, l’annientamento. Accanto a essa, convive Eros, la pulsione di vita, che promuove cooperazione, amore e costruzione sociale. La storia, secondo questa chiave di lettura, non sarebbe altro che il campo di battaglia tra queste due energie. Le guerre, quindi, non rappresenterebbero un’anomalia, ma una manifestazione ciclica e inevitabile di questa tensione interna all’essere umano.

Applicando questa lente al presente, Freud probabilmente leggerebbe i conflitti globali come esplosioni collettive dell’inconscio. Le masse, suggestionate da paure, frustrazioni e desideri repressi, troverebbero nella guerra una valvola di sfogo. In questo senso, i leader politici non sarebbero soltanto strateghi o ideologi, ma anche interpreti  e talvolta manipolatori  delle pulsioni inconsce dei popoli che guidano.

La psicologia delle masse, tema centrale per Freud, diventa qui cruciale. In situazioni di incertezza o crisi, gli individui tendono a regredire a forme più primitive di comportamento, cercando figure autoritarie in cui identificarsi. Il leader carismatico assume allora il ruolo di figura paterna simbolica cioè promette protezione, ordine e identità e in cambio, richiede fedeltà e riduce lo spazio per il pensiero critico.

È in questo contesto che una figura come Donald Trump potrebbe essere oggetto di particolare interesse per Freud. Trump, con il suo stile diretto, polarizzante e spesso provocatorio, sembra parlare più all’inconscio che alla razionalità. Il suo linguaggio semplice, carico di emozioni e contrapposizioni nette (“noi” contro “loro”), attiva dinamiche profonde di appartenenza e di difesa.

Freud potrebbe interpretare il successo di Trump come il risultato di una connessione efficace con desideri e paure latenti come il bisogno di sicurezza, la nostalgia per un passato idealizzato, la ricerca di un’identità forte in un mondo percepito come caotico. Allo stesso tempo, vedrebbe nella sua comunicazione una riduzione delle complessità a schemi elementari, funzionali a mobilitare le masse ma potenzialmente pericolosi per il funzionamento democratico.

Un altro elemento che Freud non trascurerebbe è il narcisismo. Nei suoi scritti, il narcisismo è una componente inevitabile della psiche umana, ma nei leader può assumere proporzioni amplificate. La ricerca costante di approvazione, l’autocelebrazione e la difficoltà ad accettare critiche potrebbero essere letti come segnali di un Io che fatica a confrontarsi con i propri limiti. In un contesto politico, questo può tradursi in decisioni impulsive o in una gestione conflittuale del dissenso.

Tuttavia, sarebbe riduttivo pensare che Freud vedrebbe tutto in termini patologici. La sua visione è più complessa e, in un certo senso, disincantata. Egli riconosceva che la civiltà stessa si fonda su una repressione delle pulsioni: per vivere insieme, gli esseri umani devono rinunciare a una parte della loro libertà istintiva. Questo compromesso genera inevitabilmente tensione e insoddisfazione. I leader politici emergono proprio in questo spazio, cercando di gestire  o sfruttare  tale tensione.

Nel mondo contemporaneo, segnato da globalizzazione, crisi economiche e trasformazioni tecnologiche, queste dinamiche si intensificano. Freud probabilmente sottolineerebbe come l’insicurezza diffusa renda le masse più vulnerabili a messaggi semplici e fortemente emotivi. In questo senso, figure come Trump non sarebbero un’eccezione, ma un sintomo di un equilibrio psichico collettivo sempre più fragile.

In conclusione, lo sguardo freudiano sulle guerre e sui leader di oggi non sarebbe né moralistico né sorprendentemente ottimista. Piuttosto, offrirebbe una chiave di lettura lucida e inquietante: la politica, come la vita individuale, è profondamente radicata nell’inconscio. Finché le pulsioni fondamentali dell’essere umano resteranno immutate, anche i conflitti e le figure che li incarnano continueranno a riaffiorare, sotto forme sempre nuove ma riconoscibili.

Apostolos Apostolou. Professore di filosofia

Condividere è conoscere!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *