Abbiamo incontrato il cantautore livornese Andrea Iuracà:
in uscita da poche ore la terza traccia del suo album “Voglio andare in America” ci racconta la nascita di questo brano, l’urgenza spirituale di fare musica, gli eventi di live music a cui ha partecipato in Italia e l’esperienza dell’incisione alla IperI Recording Label con l’indissolubile legame dalla terra d’origine per la famiglia
Andrea, il 31 luglio è uscito su tutte le piattaforme digitali “Di sognare non smettere mai”, il terzo tassello del tuo album a tappe “Voglio andare in America”. Ci racconti come nasce questo brano e perché hai scelto questo titolo così forte?
Questo brano per me ha un valore immenso: è la primissima canzone che ho scritto nella mia vita, esattamente sette anni fa. Nasce da un’esigenza viscerale di sputare fuori delle parole in un momento in cui avevo bisogno di risposte. Il titolo non è uno slogan banale, ma una fottuta filosofia di vita. Volevo gridare a me stesso e a chi ascolta che, nonostante i colpi della vita, cedere alla monotonia o arrendersi alle proprie paure interiori è l’unico vero errore che non possiamo permetterci di fare.
Questo pezzo è rimasto nel tuo cassetto per sette anni prima di vedere la luce. Come è cambiato il tuo rapporto con questa canzone nel tempo e perché hai sentito l’esigenza di pubblicarla proprio ora?
Ha vissuto con me, ha preso i miei stessi schiaffi ed è maturata insieme a me. All’inizio era una canzone scritta per rabbia e speranza chiuso nella mia stanza; oggi è un manifesto di consapevolezza. Ho sentito l’esigenza di pubblicarla adesso perché i tempi erano maturi a livello artistico. Non volevo lanciare un pezzo finto, costruito ieri a tavolino per andare in radio: questo è un pezzo di strada che ha una storia vera dietro, e credo che la gente oggi cerchi proprio questa sincerità nella musica.
Nel testo parli dell’importanza di inseguire le proprie passioni e superare i blocchi interni. Tu questo concetto lo hai vissuto sulla tua pelle: sei passato dallo scantinato a suonare in stadi stracolmi con Rockin’1000, da Cesena con i Negramaro fino all’Allianz Stadium di Torino. Che effetto fa vedere che la vita ti sta restituendo i sogni che scrivevi sette anni fa?
Se ci ripenso, mi vengono ancora i brividi. Quando ho scritto questo pezzo non sapevo dove mi avrebbe portato la musica. Poi, trovarmi l’anno scorso a Cesena insieme ai Negramaro e lo scorso maggio all’Allianz Stadium di Torino, la casa della mia Juventus, davanti a decine di migliaia di persone con la chitarra in mano… beh, è stata la prova scientifica che la mia filosofia funziona. Quei palchi mi hanno dimostrato che i sogni non sono favole: se ci punti ogni singolo giorno con fatica e resistenza, la vita prima o poi ti restituisce tutto con gli interessi.
A livello sonoro c’è un’impronta rock molto definita, dove gli archi si intrecciano al tappeto dell’acustica, supportati dall’energia della batteria e dallo sprint della chitarra elettrica. Come avete lavorato in studio per dare questa veste così intima ma potente al brano?
Volevo un suono artigianale, “suonato” per davvero, che rispecchiasse la mia anima legata a giganti come Bruce Springsteen o Tom Petty. In studio con la iPERi Recording Label abbiamo lavorato per sottrazione: abbiamo tolto il superfluo per lasciare spazio alla verità. Gli archi riempiono gli spazi larghi dando un calore quasi nostalgico e profondo, che si fonde perfettamente con il tappeto dell’acustica, mentre l’energia della batteria e lo sprint della chitarra elettrica danno quella spinta rock e quel battito costante, come i passi di un lungo viaggio sulla strada. È un arrangiamento essenziale ma di enorme impatto emotivo.
Le tue radici e la dimensione del viaggio influenzano molto la tua scrittura, come abbiamo sentito nel debutto con “Diamante (Cirella)”. In che modo il legame profondo con la Calabria si unisce alla tua anima livornese in questo progetto?
Io sono livornese di nascita e non lo rinnego affatto, ci mancherebbe: Livorno è meravigliosa e, se fosse valorizzata come si deve, potrebbe essere una piccola Miami. Ma la Calabria per me è un’altra cosa: è fuoco, è romanticismo, è commozione pura. Se Diamante rappresenta la mia infanzia, Rizziconi (RC) è il paese di mio papà e di tutta la mia generazione paterna. Il contrasto tra la salsedine di Livorno e la terra calabrese crea la mia urgenza di scrivere. Questo album, “Voglio andare in America”, parla proprio di questo: una ricerca continua di un altrove, partendo dalle proprie radici e dalla propria storia familiare per arrivare a conquistare i propri stadi interiori.

