Carissimi redattori e amati lettori
L’EDITORIALE – Solo insieme è possibile costruire qualcosa. Perfino un essere evoluto necessita inesorabilmente di interazione, anche quando detesta un confronto, il dialogo e sa di non essere all’altezza di una questione.
Un collettivo è fondamentale per crescere, e può andare lontano chi solo opera, e ciò è vero ma è negli ultimi e decenni che persone di successo, arrivate, consolidate nel proprio percorso, ammettono di avere la vibrante necessità di far passare qualcosa di loro agli altri. Ebbene, proprio per rispetto delle nostre origini, onorando un richiamo che ci unì anni fa, è giusto trattare quella che ascoltiamo, ritrattiamo, e di fondo è la compagna di giochi perfetta perché amata e risponde per geometrie: la Musica.
Da piccoli si crede sia un rumore, poi si capisce che è un suono e col crescere, ci insegnano e apprendiamo che è melodia, e armonia quando ve ne sono altre. Affascinante. E colonna sonora dei primi ricordi, la musica potrebbe sembrare un piccolo dettaglio ma è, insieme, cornice e quadro di una tela su cui coloriamo momenti pulsanti dell’esistenza.
Basata su vibrazioni nello spazio-tempo, misurabile in hertz per i più curiosi, è una delle poche discipline che riguarda arte e scienza. A differenza di altre arti, ha carattere invisibile, non si vede, è intangibile, non si tocca, ma è percepibile, e soprattutto influenza stati d’animo con stimoli e ripercussioni d’umore.
Prima che fosse scritta e catalogata in misure e altezze, la musica era espressa con un naturale, primitivo e necessario istinto: il canto. Il canto fu per l’uomo vitale per competere con gli animali in natura. Si cantava nelle tribù, si cantava sotto le stelle nelle notti d’estate e si intonavano i suoni in rurali capanne dove il clima era rigido e toglieva il respiro … il canto era consolazione, misura di una tempra per sopravvivere contro il crudo mondo fuori dal nido. Nelle prime civiltà a seguire il canto si accompagnava ai rumori, secchi e roboanti, delle percussioni costruite in pelle d’animale, e la musica divenne il sonoro dei riti.
Matrimoni, funerali, e altre onorificenze furono musicate per celebrare con sentimento quel che si era ottenuto o ciò che era stato perso e il rango appena raggiunto. Poi l’uomo, imponendosi elevazione sociale, non lascio che la musica abbandonasse il rito, ma ne fece uso per dimostrarne classe sociale. Gli antichi mecenati, i grandi re e i moderni imperatori si circondavano di umanisti che coltivando le arti mediche e scientifiche, erano avvezzi all’uso delle vibrazioni: esse, alludendo a una certa geometria sacra, portarono in occidente, quello che a oriente fu normale per secoli. Mantra, filosofie spirituali, conoscenze astrali furono tutte basate su usi di semplici vibrazioni, intervalli diatonici, e timbri vocali per rifarsi a un divino per evolvere, crescere e guarire dai mali.
Oggi, noi contemporanei ascoltiamo la musica ma essa è presente più di quanto si sappia. Passi di viandanti, urli striduli, voci profonde e frequenti onomatopee trascrivibili dai suoni. Il fragore del tuono è impervio quanto quello dell’onda, e noi per spavento o fascinazione udiamo spettacoli invisibili.
Musica è respiro, attesa e ripresa, musica è movenza, pausa e tensione, tutto è in movimento e niente è mai raffermo.
Viviamo fra i suoni e tra i tocchi della natura, come metronomi del tempo, ascoltiamo sinfonie di un pianeta, dirigendo la parte da direttori d’orchestra e suonando sinergicamente, solo una fra le mille melodie di un’armonia più complessa chiamata vita.
Paolo Cavaleri






