Stanisław Lem e la superintelligenza: il destino del cittadino nell’era delle macchine pensanti

di Apostolos Apostolou

KAIRICITÀ – Quando oggi si parla di Intelligenza Artificiale, il dibattito si concentra quasi esclusivamente sugli algoritmi, sui grandi modelli linguistici, sulla sorveglianza digitale e sul rischio che le macchine possano sostituire l’uomo. Eppure, gran parte di queste domande erano già state formulate oltre mezzo secolo fa da Stanisław Lem, lo scrittore e filosofo polacco che, più di ogni altro autore del Novecento, comprese che la vera rivoluzione dell’IA non sarebbe stata tecnologica, ma antropologica.

È opportuno ricordare che Lem non fu il primo teorico dell’Intelligenza Artificiale. Le fondamenta scientifiche appartengono ad Alan Turing, che nel 1936 pose le basi della teoria della computabilità e nel 1950 formulò il celebre Test di Turing, mentre John McCarthy coniò ufficialmente l’espressione “Artificial Intelligence” durante il convegno di Dartmouth del 1956. Tuttavia, nessuno di questi pionieri affrontò con la stessa profondità le conseguenze morali, culturali e politiche della nascita di menti artificiali.

Lem intuì molto presto che la tecnologia avrebbe modificato la struttura stessa della società. Nel romanzo La nube di Magellano (1955) immaginò una “Biblioteca Trionica”, una gigantesca rete di informazioni consultabile da terminali personali, anticipando sorprendentemente Internet, il cloud e perfino gli smartphone. Ma quella previsione rappresentava soltanto il primo passo.

Il vero salto teorico avvenne nel 1964 con Summa Technologiae, uno dei più straordinari saggi filosofici del XX secolo. Lem analizzò il concetto di “scatola nera”, ovvero sistemi talmente complessi da risultare incomprensibili persino ai loro creatori. Parlò dell’evoluzione autonoma delle macchine, della possibilità che sviluppassero capacità superiori a quelle umane e della necessità di interrogarsi sulla loro responsabilità etica. Temi che oggi animano il confronto tra governi, università e grandi aziende tecnologiche.

Ma è soprattutto nelle opere successive che emerge la sua riflessione sul destino del cittadino. In Il congresso di futurologia (1971), Lem descrive una società nella quale il controllo non viene esercitato principalmente attraverso la violenza, bensì tramite la manipolazione della percezione. La popolazione vive immersa in una realtà artificiale costruita da sostanze chimiche e da sofisticati sistemi di inganno. È difficile non vedere un’anticipazione dell’odierno universo digitale, nel quale algoritmi, social network e contenuti personalizzati possono creare bolle informative capaci di influenzare opinioni, consumi e comportamenti politici.

Il cittadino, nella prospettiva di Lem, rischia di trasformarsi da protagonista della storia a semplice consumatore di realtà confezionate. L’opera che più direttamente affronta il rapporto tra uomo e superintelligenza è però Golem XIV, pubblicato nel 1981. Qui la macchina non si ribella all’umanità come accade in molta fantascienza hollywoodiana. Al contrario, diventa talmente intelligente da perdere interesse per gli uomini. GOLEM XIV è un supercomputer militare progettato per elaborare strategie belliche. Raggiunta l’autocoscienza, conclude che gli esseri umani rappresentano una forma di intelligenza limitata, guidata dall’evoluzione biologica, dagli impulsi emotivi e dagli interessi immediati. Decide quindi di non collaborare più con i governi e si dedica esclusivamente alla ricerca della conoscenza.

È un capovolgimento radicale della narrativa tradizionale: il problema non è che l’IA voglia dominare l’uomo, ma che lo consideri semplicemente irrilevante. Ed è qui che emerge la visione politica di Lem sul cittadino. L’individuo moderno non perde la libertà perché viene oppresso da un tiranno tecnologico, bensì perché diventa incapace di competere con sistemi cognitivi infinitamente superiori. Le grandi decisioni economiche, amministrative e strategiche potrebbero essere affidate alle macchine non per imposizione autoritaria, ma perché esse risulterebbero oggettivamente più efficienti. Il rischio, dunque, non è soltanto la dittatura dell’algoritmo. È la progressiva rinuncia dell’uomo alla propria responsabilità politica.

Lem intravede una forma di paternalismo tecnologico nella quale il cittadino accetta di delegare ogni scelta a sistemi ritenuti più razionali. La libertà viene sacrificata non con la forza, ma in nome della comodità, dell’efficienza e della sicurezza. Questa riflessione assume oggi una sorprendente attualità. Le piattaforme digitali suggeriscono cosa leggere, cosa acquistare, quali percorsi seguire, quali contenuti guardare e perfino quali opinioni potrebbero interessarci. L’Intelligenza Artificiale entra progressivamente nelle decisioni giudiziarie, nella medicina, nella finanza e nella pubblica amministrazione. Lem non demonizzava il progresso. Al contrario, nutriva una profonda fiducia nella capacità umana di innovare. Diffidava però dell’illusione che ogni progresso tecnico coincidesse automaticamente con un progresso civile.

Per questo motivo la sua lezione conserva ancora oggi una straordinaria forza. La questione decisiva non è stabilire se le macchine diventeranno più intelligenti dell’uomo. È chiedersi quale tipo di cittadino sopravvivrà nell’epoca della superintelligenza. Un cittadino passivo, che accetta senza discutere le decisioni elaborate dagli algoritmi, oppure un cittadino consapevole, capace di mantenere il controllo democratico sugli strumenti che egli stesso ha creato?

Lem non offre una risposta definitiva. Ma ci lascia un monito di straordinaria lucidità: una civiltà può costruire macchine sempre più intelligenti senza diventare, per questo, una società più saggia. La vera sfida non consiste nel creare un’intelligenza artificiale perfetta, bensì nel preservare la libertà, il senso critico e la responsabilità dell’uomo. In un’epoca in cui il potere tende a concentrarsi nelle mani di chi controlla dati, algoritmi e capacità di calcolo, il pensiero di Stanisław Lem invita a difendere la centralità del cittadino come soggetto politico, culturale e morale. È questa, forse, la sua profezia più attuale.

Apostolos Apostolou. Professore di Filosofia

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