di Elisa Heusch
QUARTO OCCHIO – Per questo mese ho deciso di scrivere in ricordo di una persona straordinaria, che è venuta a mancare pochi giorni fa, il 6 agosto scorso, e che ha lasciato moltissimo non solo a me, agli altri fotografi o al mondo della fotografia in generale, ma potremmo dire a tutta quanta l’umanità: il fotografo Gianni Berengo Gardin.
Classe 1930, nato a Santa Margherita Ligure da padre veneziano e madre svizzera, è cresciuto e ha studiato a Venezia, che è stata quindi la sua vera città d’origine.
Iniziò a dedicarsi alla fotografia all’inizio degli anni Cinquanta accumulando un vasto archivio fotografico, documentando l’evoluzione del paesaggio e della società italiana dal dopoguerra. Nel 1954 pubblicò le sue prime foto nel settimanale politico-culturale “Il Mondo” del giornalista Mario Pannunzio.
Fin dall’inizio ha focalizzato la propria attenzione su varie tematiche, spaziando dal sociale, alla vita quotidiana, al mondo del lavoro, per arrivare fino all’architettura e al paesaggio, evocando stati d’animo.
La sua formazione fotografica ebbe indirettamente una svolta grazie alla prestigiosa agenzia Magnum, fondata da Cartier-Bresson: all’inizio degli anni ‘60 del Novecento un suo parente americano lo mise in contatto con Cornell Capa, fratello del famoso Robert Capa, che gli fece avere alcuni libri di fotografia.
Siccome egli aveva già due figli ed un lavoro sicuro, chiese all’amico Romeo Martinez, direttore della prestigiosa rivista “Camera” che spesso era in visita a Venezia, cosa ne pensasse di diventare fotografo professionista e decise così di seguire le orme dei grandi fotografi di Life e Magnum, raccontando la società con gli occhi di un artigiano che si interessava molto all’impegno sociale.
Pochi anni dopo incontrò un editore che lo fece entrare nel mondo del foto-giornalismo, ed iniziò a fare il fotoreporter nel 1962.
Da lì ebbe inizio una lunghissima carriera da fotografo professionista che in seguito lo portò a realizzare oltre 200 mostre in tutto il mondo e altrettante pubblicazioni.

Ha sempre continuato a scattare in pellicola, e la sua macchina Leica è stata per lui una fondamentale compagna inseparabile.
Senza dubbio è stata una personalità importantissima, non solo per la potenza delle immagini che ha scattato, per quel suo splendido bianco e nero che in silenzio sapeva parlare più di mille parole… ma proprio perché attraverso le sue fotografie ci ha insegnato a guardare in profondità in modo diverso, a non fermarsi a ciò che poteva essere un mero reportage o una denuncia di problematiche sociali, ma a interrogarci in maniera più profonda e vera, sia sul nostro paese che su noi stessi.
Non si è mai ritenuto o definito un artista, ha sempre sostenuto che non gli interessava fare delle “opere d’arte”, in quanto per lui la fotografia era un mestiere, un ‘servizio che rendeva per la verità’, utilizzando il bianco e nero non come un vezzo stilistico ma come uno strumento di onestà intellettuale, che secondo lui non aveva in sé le distrazioni date invece dal colore.
A tal proposito ho avuto il piacere di poter visitare insieme ad altri colleghi e appassionati fotografi una sua mostra nel 2022, che rimase allestita per più di tre mesi all’interno della Torre del Castello dei Vescovi di Luni, a Castelnuovo Magra, intitolata proprio “Il colore distrae – Un mondo in bianco e nero”.

Purtroppo non ho potuto esser presente il giorno che ci fu l’incontro con l’autore – ma per fortuna ci ha pensato il mio collega Michel Guillet ad incontrarlo e fotografarlo – però almeno ho potuto godere dei suoi racconti almeno a livello visivo! [Questo è il link dell’intervista che in occasione proprio della mostra gli rivolse Maurizio Garofalo: https://www.facebook.com/share/v/19vRiRVnpT/]
Per fortuna però lo avevo sentito parlare dal vivo alcuni anni prima, nel 2016 – durante il periodo in cui frequentavo la scuola di fotografia – quando fu ospite di Enrico Stefanelli al Photolux Festival di Lucca, in occasione del quale toccò l’importante spinoso argomento al quale si era dedicato in quegli ultimi anni, ovvero la denuncia verso le grandi navi da crociera all’interno della laguna di Venezia, che passavano sempre più numerose e gigantesche proprio a ridosso del centro della città, deturpandone la natura e l’ineguagliabile paesaggio. Con poche semplici parole, e soprattutto attraverso la potenza delle sue fotografie sapeva sempre lasciare il segno, ed io avrei voluto abbracciarlo, anche se invece mi vergognai e rimasi distante.

Un altro grande maestro – di quelli ai quali ti affezioni anche a distanza senza conoscerli – del quale potrei scrivere per ore e ore…che mi sento di ringraziare sia per l’impegno e la serietà che per l’umanità che ha sempre dimostrato, e la cui eredità rimarrà nei decenni anche alle generazioni future.
(Allego alcune immagini scattate in occasione della mostra del 2022, e il ritratto a lui scattato da Michel Guillet, che ringrazio.) -foto di copertina –

