Samaritani, un mondo poco conosciuto

Rubrica a cura di Davide Baroni Scrittore

ARCHEOMITO – I Samaritani sono un antico popolo etno-religioso che affonda le proprie radici nel regno d’Israele settentrionale e che si considera diretto discendente delle tribù del Nord sopravvissute alla conquista assira dell’VIII secolo a.C. La loro storia si sviluppa in parallelo e spesso in contrasto con quella dell’ebraismo rabbinico, dal quale si distinguono per la centralità attribuita al Monte Garizim come luogo sacro (al posto di Gerusalemme) e per l’adesione esclusiva al Pentateuco, considerato l’unica vera legge divina.

La Samaria, regione situata tra la Giudea e la Galilea, rappresenta il cuore originario di questa comunità, la cui identità si è formata intorno al culto di un santuario montano piuttosto che del Tempio di Gerusalemme. Nella prospettiva samaritana, il Monte Garizim non è semplicemente un sito alternativo, ma il centro primordiale della rivelazione divina e dell’alleanza tra Dio e il popolo eletto. Secondo la loro tradizione, quando Abramo lasciò Harran e giunse in Canaan, come narrato nella Genesi, egli «passò per la terra fino al luogo detto Sichem, all’albero di Moreh», dove costruì un altare per onorare la presenza divina e ricevette la promessa che quella terra sarebbe appartenuta alla sua discendenza. Sichem, identificata oggi con l’area di Nablus, divenne così il primo luogo della fede patriarcale, e il vicino Monte Garizim ne rappresentò il simbolo spirituale. Per i Samaritani, questo monte è il vero monte santo indicato da Mosè, il punto in cui Abramo doveva sacrificare Isacco. In contrasto, la tradizione ebraica spostò la centralità cultuale a Gerusalemme, sul Monte Moriah, dove Salomone edificò il Tempio, stabilendo così la base di dell’abraismo. Questa divergenza sul luogo del culto determinò nel tempo la separazione tra Samaritani e Giudei, due comunità che, pur condividendo le stesse origini, intrapresero percorsi religiosi e identitari differenti. Eressero il loro tempio sul Monte Garizim, tempio distrutto dagli Asmonei nel II secolo a.C., simbolo di un conflitto religioso e politico che durò secoli con i Giudei. Per i Samaritani il Garizim rimase comunque il centro assoluto del mondo, l’ombelico della terra dove risiedeva la Presenza divina. Tutta la loro vita religiosa ruotava attorno a esso: qui si celebravano le principali festività, i sacrifici pasquali e le preghiere rivolte a Dio. La loro Torah, detta Torah samaritana, si differenzia da quella masoretica e presenta circa seimila varianti testuali, molte delle quali riguardano proprio l’indicazione del Monte Garizim come luogo prescelto da Dio.

Inoltre, i Samaritani conservano un alfabeto arcaico di derivazione paleo-ebraica, ritenuto più autentico rispetto a quello quadrato introdotto, secondo la loro tradizione, dallo scriba Esdra dopo il ritorno dall’esilio babilonese. Questi elementi, insieme al rifiuto della legge orale e del Talmud, li distinguono profondamente dal giudaismo rabbinico, basato invece sull’interpretazione continua della Torah e sulla centralità di Gerusalemme.

Storicamente, i Samaritani furono una popolazione numerosa: si stima che tra il IV e il V secolo d.C. potessero contare fino a un milione e mezzo di persone sparse tra la Palestina, la Siria meridionale e l’Egitto settentrionale. Tuttavia, rivolte represse, persecuzioni, conversioni forzate e assimilazioni successive sotto il dominio bizantino, islamico e ottomano portarono a un progressivo declino demografico, riducendo la comunità a poche centinaia di individui.

Le grandi rivolte del V e VI secolo, in particolare quella del 529 d.C. contro l’Impero bizantino, segnarono l’inizio della loro decadenza e della distruzione di molti centri religiosi. Dopo il crollo dell’Impero bizantino e la conquista islamica, la comunità riuscì a mantenere una fragile autonomia, ma le conversioni e le difficoltà economiche ne ridussero drasticamente il numero. All’inizio del XX secolo, sotto il mandato britannico, erano rimasti appena 146 individui. Eppure, grazie a un’attenta gestione interna e a una rigida endogamia, la comunità ha conservato fino a oggi le proprie tradizioni e istituzioni. Attualmente i Samaritani sono poco più di 800 e vivono in due centri principali: Kiryat Luza, un villaggio situato sulle pendici del Monte Garizim, nella Cisgiordania, e la città di Holon, vicino a Tel Aviv, in Israele. A Kiryat Luza risiede la parte più tradizionalista e legata al culto originario, mentre la comunità di Holon, pur conservando la propria identità, è più integrata nella società israeliana e partecipa alla vita civile e militare dello Stato. I Samaritani di Kiryat Luza parlano arabo palestinese nella vita quotidiana, mentre quelli di Holon utilizzano l’ebraico moderno; nella liturgia, però, impiegano l’ebraico e l’aramaico samaritano, lingue antiche tramandate per secoli insieme ai rotoli sacri e ai canti rituali. Il loro calendario religioso differisce da quello ebraico rabbinico e regola le celebrazioni di Pesach, Shavuot e Sukkot secondo antichi criteri astronomici. Ogni anno, durante la Pasqua, la comunità di Kiryat Luza sale in processione sul Monte Garizim e compie il sacrificio di agnelli secondo le prescrizioni mosaiche, in un rito che richiama pratiche bibliche ormai scomparse altrove. Nonostante il numero esiguo, i Samaritani mantengono una struttura sacerdotale guidata da un Sommo Sacerdote, discendente diretto di Aronne, fratello di Mosè, che custodisce il Rotolo della Torah più antico in uso continuo al mondo. Questa figura rappresenta l’autorità spirituale e il custode della purezza dottrinale. Nella società moderna i Samaritani hanno saputo conciliare la tradizione con la contemporaneità: molti lavorano in professioni civili, studiano nelle università israeliane o palestinesi e gestiscono attività legate al turismo religioso. La loro posizione geopolitica, divisa tra Israele e Cisgiordania, li ha spinti a mantenere una neutralità prudente nei conflitti della regione. Gli abitanti di Kiryat Luza possiedono per lo più cittadinanza palestinese o doppia, mentre quelli di Holon sono cittadini israeliani, segno della loro doppia appartenenza a due mondi in conflitto. Il legame con la terra resta però il loro principale punto di riferimento: il Monte Garizim continua a essere il fulcro spirituale, il luogo dove secondo la tradizione Abramo edificò l’altare e dove Mosè ordinò che venissero pronunciate le benedizioni. In questo monte i Samaritani vedono il vero centro della rivelazione, il punto d’incontro tra cielo e terra, mentre Gerusalemme è per loro un’usurpazione del culto originario. Questa convinzione li ha mantenuti isolati per secoli, ma anche fedeli alla loro identità. Nel corso della storia, i Samaritani sono stati spesso percepiti come una setta o un residuo arcaico dell’antico Israele, ma in realtà rappresentano una delle più antiche tradizioni religiose ancora viventi, custodi di un patrimonio spirituale e culturale unico.

La loro sopravvivenza è dovuta a un delicato equilibrio tra chiusura comunitaria e apertura controllata: negli ultimi anni, per evitare problemi genetici dovuti all’endogamia, sono stati accettati matrimoni con donne esterne alla comunità, purché disposte ad abbracciare la fede samaritana. La vita quotidiana scorre oggi tra la modernità e l’antichità: a Kiryat Luza le case sorgono tra antichi siti archeologici, mentre a Holon la sinagoga samaritana si erge tra edifici contemporanei. La comunità mantiene scuole proprie, istituzioni religiose e un calendario autonomo, ma è inserita nel tessuto sociale e culturale dei rispettivi contesti. I Samaritani non cercano conversioni né proselitismo, credono che la loro missione sia custodire la legge e mantenere pura la fede dei padri. In questo senso rappresentano una rara testimonianza di continuità millenaria, un ponte vivente tra il mondo biblico e quello moderno. La loro storia, segnata da persecuzioni e rinascite, dimostra come una piccola comunità possa sopravvivere a imperi, guerre e trasformazioni globali restando fedele a un monte, a un testo e a un Dio unico. Oggi i Samaritani contano meno di mille anime, ma la loro presenza continua a raccontare l’altra faccia dell’antico Israele, quella che vide in Sichem e nel Monte Garizim non una periferia, ma l’origine stessa della promessa divina.

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