di Davide Baroni scrittore
ARCHEOMITO – È difficile immaginare un pianeta come la Terra, così come la conosciamo oggi, fatto di continenti separati da oceani immensi, riassemblato in un’unica, gigantesca lastra continentale che abbraccia quasi tutto ciò che emerge dalla superficie. Ma per milioni di anni, la Terra è stata proprio così: un’unica super-massa chiamata Pangea, un continente che dominava il pianeta come una corona di roccia antica, circondato dall’oceano Panthalassa, un mare enorme e profondo che rappresentava quasi il novantacinque per cento delle acque terrestri. Per parlarne bisogna fare uno sforzo d’immaginazione, bisogna cancellare mentalmente l’Europa, l’Africa, le Americhe, l’Asia e l’Oceania così come appaiono oggi, ricostruendo un puzzle immenso che solo la geologia, con i suoi tempi lentissimi, riesce davvero a comprendere. La Pangea comincia a prendere forma circa 335 milioni di anni fa, alla fine del Paleozoico, in un’epoca in cui la vita sulla Terra era molto diversa da quella che conosciamo: le prime foreste estese popolavano le terre emerse, gli insetti cominciavano a dominare il cielo e gli anfibi tentavano le prime timide conquiste dei territori aridi. In quel periodo, le placche tettoniche, che non hanno mai smesso di muoversi fin dalla nascita del pianeta, iniziarono a convergere verso un unico punto, spingendo e comprimendo frammenti continentali fino a farli combaciare come parti di una gigantesca zolla.
Gondwana, che riuniva territori destinati a diventare l’Africa, il Sud America, l’Antartide, l’Australia e l’India, si avvicinò sempre di più a Laurasia, l’antenata dell’Europa, dell’Asia settentrionale e del Nord America. Il risultato fu un’unione graduale ma imponente, con tempi che sfuggono alla percezione umana, tra colossali collisioni e spinte inesorabili, nacque la Pangea. Una terra che non era soltanto un continente enorme, ma un vero e proprio ecosistema planetario con dinamiche uniche. Le sue dimensioni smisurate influenzavano profondamente l’ambiente. Al centro si estendeva un immenso deserto interno, dove le piogge arrivavano raramente perché le catene montuose lungo le coste impedivano alle correnti umide di raggiungerne il cuore arido. Le zone litoranee, invece, erano ricche di vita: fiumi maestosi scendevano dalle montagne e sfociavano in baie calde, foreste fitte popolavano le regioni più temperate e le prime creature terrestri più evolute trovavano ambienti perfetti per prosperare. Anche se a noi sembra solida e immobile, la crosta terrestre è come un guscio rigido che galleggia su materiali più plastici e in perenne movimento. Sotto la Pangea, il calore del mantello spingeva verso l’alto, deformando gradualmente la base del supercontinente. Le tensioni aumentavano in silenzio per milioni di anni, come se la Terra stesse accumulando energia destinata, prima o poi, a trovare una via di sfogo. Quel momento arrivò intorno ai 200 milioni di anni fa, quando la Pangea cominciò lentamente a rompersi. La frantumazione non fu un’esplosione improvvisa, ma un processo complesso, lento e continuo. Iniziò con la formazione di grandi fratture nella crosta, da cui risaliva il magma che creava nuove catene montuose e sollevava regioni prima piatte. Queste linee di frattura divennero pian piano veri e propri oceani. È in questa fase che nasce il primo nucleo dell’oceano Atlantico. In origine, era soltanto una lunga e stretta spaccatura piena di lava e acqua marina, ma col tempo la spinta delle placche continuò ad allargare il solco, trasformandolo in un mare sempre più esteso. Mentre questo avveniva, le parti meridionali di Gondwana si divisero: l’Africa iniziò a separarsi dal Sud America, lasciando tra loro un oceano in formazione; l’India, staccatasi da Gondwana, iniziò un viaggio solitario verso nord che l’avrebbe portata milioni di anni dopo a scontrarsi con l’Asia, generando l’Himalaya; l’Australia e l’Antartide, ancora unite, iniziarono a scorrere lentamente verso sud e verso est.
Quando si pensa alla Pangea che si divide, bisogna immaginarla come una gigantesca lastra di ghiaccio che si rompe in grandi blocchi galleggianti e in piccoli frammenti irregolari. L’oceano Atlantico, per esempio, non si aprì solo tra Africa e Sud America: anche le regioni comprese tra Europa, Nord Africa e Nord America subirono tensioni e spaccature. Ed è proprio qui che, secondo alcuni ricercatori e studiosi indipendenti, potrebbero essersi formate delle micro-zolle oggi scomparse. La geologia ci insegna che, quando un supercontinente si rompe, non si separano solo i grandi blocchi destinati a formare i continenti attuali, ma anche frammenti più piccoli, scogliere continentali oggi sommerse, piattaforme di crosta che in certe condizioni possono emergere e restare in superficie per milioni di anni, per poi sprofondare nuovamente nell’oceano o venire ricoperte dai sedimenti. Queste terre effimere, che compaiono e scompaiono nella storia geologica, sono una realtà riconosciuta: esempi moderni sono il microcontinente di Mauritia, frammento di Gondwana oggi sotto l’Oceano Indiano, o il cosiddetto “Zealandia”, una vasta porzione continentale quasi totalmente sommersa nel Pacifico meridionale. È qui che entrano in gioco le ipotesi di Nikolaj Zhirov, uno dei ricercatori più noti del Novecento ad aver affrontato con rigore scientifico la possibilità che Atlantide fosse un luogo reale e non soltanto un mito. Zhirov cercò di ricostruire la storia di possibili masse continentali del passato basandosi sulle conoscenze geofisiche allora disponibili. Secondo lui, la frammentazione della Pangea avrebbe potuto non soltanto creare gli attuali continenti, ma anche generare una o più terre intermedie, situate nell’area che oggi corrisponde all’Atlantico. Queste terre avrebbero potuto non sopravvivere fino a oggi, sprofondando lentamente a causa dei movimenti della crosta o venendo inghiottite dalle dinamiche profonde delle dorsali oceaniche. Zhirov ipotizzò che una di queste terre, forse una combinazione di banchi continentali, dorsali e micro-zolle emerse, potesse essere la base storica del racconto platonico di Atlantide. Ciò che rende interessante la riflessione è il contesto geologico reale: la nascita dell’Atlantico non fu un processo lineare e pulito, ma un insieme di movimenti complessi che generarono fratture, innalzamenti, rifting, microplacche e piattaforme continentali oggi sommerse. In altre parole, la geologia stessa ci dice che durante il disfacimento della Pangea potrebbero essersi formate terre che non esistono più. La Pangea, dunque, non è solo un gigantesco continente del passato: è la matrice della Terra come la conosciamo oggi, la culla da cui sono nati gli oceani e le terre che abitiamo. È anche il punto di partenza per immaginare ciò che potrebbe essersi perso lungo il cammino, quelle porzioni di crosta che potrebbero essere emerse per un certo tempo per poi sparire, cancellate dall’instabilità dei margini continentali.
Pensare alla Pangea come a un grande organismo vivente che nasce, cresce, si divide e dà origine a nuove forme aiuta a comprendere quanto la Terra sia un pianeta dinamico, in costante trasformazione. Nikolaj Zhirov, studiando con attenzione i processi di rifting, i margini continentali e le anomalie della crosta atlantica, propose che la leggenda platonica possa custodire la memoria mitica di una di queste terre perdute. Non si tratta di voler trasformare un mito in una realtà, ma di riconoscere che, nel lungo racconto geologico della Terra, non è impossibile che, tra una frattura e l’altra della Pangea, una terra sia emersa, abbia prosperato per qualche tempo, e poi sia sparita nelle profondità dell’oceano, lasciando soltanto un’eco lontana nella memoria dei popoli antichi.

