di Davide Baroni Scrittore
ARCHEOMITO – Scrivere della vita di Platone significa entrare in una zona in cui storia, leggenda e filosofia si intrecciano continuamente. Già Diogene Laerzio, nella sua Vita di Platone, lo sapeva bene, tanto da raccogliere versioni diverse, aneddoti, tradizioni contrastanti e curiosità che mostrano come il filosofo fosse percepito fin dall’antichità come una figura fuori dal comune. Platone nacque ad Atene, probabilmente nel 427 a.C., in un momento drammatico per la città, nel pieno della guerra del Peloponneso. Proveniva da una delle famiglie più illustri e antiche dell’aristocrazia ateniese: da parte di padre, Aristone, si faceva risalire addirittura la discendenza al mitico re Codro, mentre da parte di madre, Perictione, il legame era con Solone, il grande legislatore di Atene. Questo dato non è secondario, perché aiuta a comprendere come Platone cresca immerso fin dall’infanzia in un ambiente politico, culturale e religioso di altissimo livello, dove la tradizione, la legge e il destino della città erano temi quotidiani. Il suo vero nome, secondo Diogene Laerzio, era Aristocle, e “Platone” sarebbe stato un soprannome, uno di quelli che nell’antica Grecia finivano spesso per sostituire il nome di nascita. Le spiegazioni del soprannome sono diverse e affascinanti: secondo alcuni deriverebbe dalla larghezza delle spalle o del torace, perché Platone da giovane praticava la ginnastica e la lotta; secondo altri dalla sua fronte ampia; secondo un’interpretazione più simbolica e amata dai filosofi, dalla “larghezza” del suo stile, cioè dalla vastità e profondità del suo pensiero e del suo modo di esprimersi. È difficile stabilire quale versione sia la più vera, ma tutte insieme contribuiscono a costruire l’immagine di un uomo fisicamente e intellettualmente imponente, capace di lasciare il segno in ogni ambito che toccava. Prima di dedicarsi completamente alla filosofia, Platone ricevette un’educazione raffinata: studiò grammatica, musica, poesia, ginnastica e probabilmente anche matematica. Diogene racconta che da giovane compose tragedie e ditirambi, come molti ateniesi colti del suo tempo, prima di decidere di distruggere queste opere quando incontrò Socrate. Questo incontro è l’evento centrale della sua vita, una vera svolta esistenziale: Platone rimase affascinato da quell’uomo apparentemente semplice, ironico, scalzo, ma capace di smontare certezze e di condurre chiunque verso una ricerca interiore radicale. Socrate divenne il suo maestro, il suo modello umano e filosofico, e dopo la sua condanna a morte nel 399 a.C. Platone ne porterà la ferita per tutta la vita, trasformandola in una missione: salvare la filosofia dall’ingiustizia della politica e allo stesso tempo rifondare la politica sulla filosofia. Non è un caso che quasi tutti i dialoghi platonici abbiano Socrate come protagonista, soprattutto quelli giovanili, come se Platone avesse bisogno di farlo vivere ancora attraverso la scrittura. Dopo la morte di Socrate, Platone lasciò Atene, sia per dolore sia per prudenza, e iniziò una serie di viaggi che furono fondamentali per la sua formazione. Si recò prima a Megara, presso Euclide, uno dei discepoli di Socrate, poi viaggiò in Cirenaica, dove incontrò Teodoro, matematico celebre, e secondo alcune tradizioni si recò anche in Italia meridionale, entrando in contatto con l’ambiente pitagorico, che influenzerà profondamente il suo pensiero, soprattutto per quanto riguarda il ruolo dei numeri, dell’armonia e della struttura matematica del cosmo. Uno dei viaggi più discussi e affascinanti è quello in Egitto, che Diogene Laerzio riporta come una tradizione autorevole: Platone avrebbe soggiornato a lungo tra i sacerdoti egizi, apprendendo da loro antiche dottrine sulla natura dell’anima, sul cosmo e sul tempo ciclico. Anche se non tutti gli studiosi moderni accettano questo viaggio come storicamente certo, è indubbio che Platone attribuisca all’Egitto un’autorità sapienziale speciale, come emerge chiaramente nel Timeo e nel Crizia, dove i sacerdoti di Sais appaiono come custodi di una conoscenza più antica e più vera di quella greca. Un altro capitolo fondamentale della sua vita è rappresentato dai viaggi in Sicilia, in particolare a Siracusa, dove Platone tentò di mettere in pratica la sua idea più audace: trasformare un sovrano in un filosofo. Invitato alla corte di Dionisio I grazie all’intermediazione di Dione, Platone sperava di realizzare il modello del filosofo-re, ma l’esperimento fallì miseramente. Dionisio si rivelò diffidente e autoritario, e Platone rischiò persino di essere venduto come schiavo, salvandosi solo grazie all’intervento di amici. Tornò ad Atene profondamente disilluso, ma non rinunciò del tutto al suo progetto, tanto che anni dopo tornò nuovamente a Siracusa sotto Dionisio II, con risultati altrettanto deludenti. Queste esperienze politiche spiegano molto del tono critico e talvolta amaro con cui Platone guarda alla politica reale nei suoi dialoghi, soprattutto nella Repubblica e nelle Leggi. Tornato definitivamente ad Atene, Platone fondò l’Accademia, intorno al 387 a.C., in un luogo sacro dedicato all’eroe Academo: non era una scuola nel senso moderno, ma una comunità di ricerca e di vita, dove si studiavano filosofia, matematica, astronomia, musica e politica, e dove l’insegnamento avveniva attraverso il dialogo e la discussione. L’Accademia divenne uno dei centri culturali più importanti del mondo antico e sopravvisse per secoli, fino alla chiusura voluta dall’imperatore Giustiniano nel 529 d.C. Tra i discepoli di Platone troviamo figure straordinarie: Speusippo, suo nipote, che gli succederà alla guida dell’Accademia; Senocrate; Eudosso di Cnido; e soprattutto Aristotele, che pur allontanandosi dal maestro ne conserverà sempre l’impronta. Platone stesso sembra essere stato, secondo alcune tradizioni, un iniziato ai Misteri eleusini, e questa ipotesi è coerente con molti elementi della sua filosofia, come l’idea di una conoscenza riservata, di un percorso di purificazione dell’anima e di una visione della verità come rivelazione graduale, non accessibile a tutti. Non è possibile dimostrarlo con certezza, ma il linguaggio simbolico e iniziatico di molti dialoghi, dal Fedone al Fedro, dalla Repubblica al Timeo, suggerisce una familiarità profonda con il mondo dei misteri. Un tema che incuriosisce molto i lettori è il fatto che Platone non abbia mai completato il Crizia e non abbia mai terminato la trilogia su Atlantide con il terzo dialogo dedicato a questo argomento: l’Ermocrate. Le spiegazioni sono diverse: secondo alcuni, la complessità del progetto era tale da renderlo quasi impossibile; secondo altri, Platone si rese conto che la storia di Atlantide, portata fino alle estreme conseguenze politiche e storiche, avrebbe richiesto una precisione e una chiarezza che forse non riteneva più opportuno fornire; secondo una lettura più filosofica, l’incompiutezza stessa è significativa, perché mostra i limiti del discorso umano di fronte a eventi ciclici e catastrofici che sfuggono al controllo razionale. In ogni caso, il silenzio sull’Ermocrate e l’interruzione del Crizia restano uno dei grandi enigmi della sua opera, ma che forse possono essere risolti parlando della sua età già avanzata quando ha iniziato a scrivere il Crizia e della sua repentina morte. Platone morì ad Atene nel 347 a.C., secondo la tradizione in modo sereno, durante una festa di nozze o nel sonno, a circa ottant’anni, e fu sepolto probabilmente all’interno dell’Accademia. Non ebbe figli, ma lasciò eredi spirituali e intellettuali, a cominciare da Speusippo, che divenne il nuovo scolarca, e da tutti coloro che nei secoli avrebbero continuato a leggere, commentare e reinterpretare i suoi dialoghi. La sua discendenza non è biologica, ma filosofica: ogni pensatore che si interroga sull’anima, sulla giustizia, sulla verità e sul destino dell’uomo, in un certo senso, è un suo discendente. Platone rimane così una figura unica, sospesa tra il mondo antico e quello moderno, tra mito e ragione, tra politica e metafisica, un uomo che ha trasformato la filosofia in una forma di vita e che ancora oggi continua a parlarci, come se il suo dialogo non fosse mai davvero finito.

