di Apostolos Apostolou
KAIRICITÀ – Che cos’è davvero il progresso? Una parola che attraversa i secoli come una promessa luminosa. La pronunciamo spesso quando parliamo di nuove macchine, di città che crescono verso il cielo, di invenzioni che accorciano le distanze tra le persone. Ma se ci fermiamo un momento ad ascoltare il silenzio dietro questa parola, la domanda torna più profonda: progresso verso che cosa?
Oscar Wilde, uno degli spiriti più brillanti e inquieti della letteratura europea, non avrebbe risposto con una formula tecnica né con un elogio delle fabbriche. Per lui il progresso non era il rumore degli ingranaggi né il trionfo dell’efficienza. Era qualcosa di più fragile e più raro: la fioritura dell’individuo.
Wilde viveva in un’epoca di grandi trasformazioni. Le città si riempivano di fumo e di ferro, l’industria prometteva prosperità e il mondo sembrava correre sempre più veloce. Eppure lo scrittore irlandese osservava questo entusiasmo con uno sguardo ironico e, a tratti, malinconico. Perché intuiva che una civiltà può avanzare tecnicamente e allo stesso tempo perdere qualcosa di essenziale.
Il vero progresso, secondo Wilde, non si misura con la velocità delle macchine ma con la libertà dell’anima. Una società non è davvero moderna se produce soltanto ricchezza: lo diventa quando permette agli individui di essere pienamente se stessi.
In fondo Wilde credeva che ogni essere umano fosse un’opera d’arte in potenza. Come un quadro che attende il suo pittore o una melodia che aspetta di essere suonata. Ma perché questa opera possa nascere, servono spazio, libertà, immaginazione. E soprattutto serve una società che non abbia paura della diversità.
Per questo lo scrittore difendeva con tanta passione il valore dell’arte. L’arte, per lui, non era un lusso decorativo ma una necessità spirituale. In un mondo dominato dall’utilità e dalla produttività, Wilde ricordava che la bellezza è una forma di resistenza. Dove c’è arte, c’è libertà di pensiero; dove c’è immaginazione, c’è la possibilità di cambiare il mondo.
Nel suo celebre saggio The Soul of Man under Socialism, Wilde immaginava un futuro sorprendente: una società in cui il progresso tecnologico avrebbe liberato gli esseri umani dal lavoro più duro e ripetitivo. Non per renderli più produttivi, ma per renderli più umani. Il tempo liberato dal peso della necessità sarebbe diventato tempo per creare, pensare, amare, contemplare.
Era una visione quasi utopica, ma profondamente poetica. Per Wilde il progresso era proprio questo: la realizzazione delle utopie. Non un cammino lineare e freddo, ma una tensione verso qualcosa di più alto, verso una vita più libera e più bella.
Oggi, più di un secolo dopo, viviamo in un mondo che avrebbe stupito lo stesso Wilde. Le tecnologie trasformano ogni giorno il nostro modo di vivere. Le informazioni viaggiano alla velocità della luce, le macchine imparano, le distanze sembrano dissolversi.
Eppure la domanda rimane intatta.
Siamo davvero più liberi? Siamo più capaci di immaginare, di creare, di essere noi stessi?
Il pensiero di Wilde torna allora come una voce sottile ma insistente. Ci ricorda che il progresso non può essere ridotto a una somma di innovazioni. Una civiltà non diventa grande solo perché inventa nuove tecnologie. Diventa grande quando riesce a proteggere la dignità dell’individuo, quando lascia spazio alla fantasia, quando accetta che la bellezza e la libertà non abbiano un prezzo.
Forse il progresso è proprio questo: un lento cammino verso una società in cui ogni persona possa vivere come un artista della propria vita.
Oscar Wilde, con il suo spirito brillante e ribelle, ci invita ancora oggi a non confondere il movimento con il miglioramento. Possiamo costruire città immense e macchine straordinarie, ma se dimentichiamo l’anima dell’uomo, il progresso rimane incompleto.
Il vero progresso, allora, non è soltanto andare avanti. È diventare più profondamente umani.
Apostolos Apostolou Professore di Filosofia






