di Davide Baroni
ARCHEOMITO – Pochi luoghi dell’Antico Egitto riescono ancora oggi a suscitare meraviglia e interrogativi quanto il Serapeo di Saqqara. Situato nel cuore della grande necropoli menfita, questo straordinario complesso sotterraneo custodisce alcuni dei manufatti più imponenti mai realizzati dagli Antichi Egizi: giganteschi box monolitici di granito, del peso di decine di tonnellate, nascosti per secoli nelle profondità della terra. Sebbene l’egittologia lo interpreti come il luogo di sepoltura dei tori Api, incarnazioni viventi del dio Ptah e, dopo la morte, identificati con Osiride, il Serapeo continua ancora oggi a suscitare numerosi interrogativi che, a mio avviso, meritano di essere affrontati senza pregiudizi.
La sua storia moderna inizia nell’autunno del 1850, quando il giovane egittologo francese Auguste Mariette, giunto in Egitto con l’incarico ufficiale di acquistare antichi manoscritti copti, trovò sfinge che emergeva dalla sabbia di Saqqara. Quel ritrovamento, apparentemente casuale, cambiò il corso della sua vita e, nello stesso tempo, quello dell’archeologia egizia. Mariette intuì che quella statua non poteva trovarsi isolata in mezzo al deserto. Le antiche fonti, in particolare il geografo greco Strabone, descrivevano infatti un lungo viale di sfingi che conduceva a un misterioso santuario dedicato al toro sacro Api. Convinto di trovarsi nei pressi di quel monumento perduto, iniziò gli scavi seguendo l’allineamento delle statue. Una dopo l’altra, le sfingi tornarono lentamente alla luce, indicando una direzione precisa. Dopo settimane di lavoro, gli operai raggiunsero finalmente un ingresso scavato nella roccia. Davanti ai loro occhi si apriva un immenso labirinto sotterraneo rimasto nascosto per oltre millecinquecento anni. Era il Serapeo di Saqqara, uno dei più straordinari complessi religiosi dell’antico Egitto. Mariette comprese immediatamente l’importanza della scoperta. Per anni dedicò ogni energia allo studio del monumento, riportando alla luce centinaia di stele votive, statue, iscrizioni e numerosi reperti che permisero di ricostruire gran parte della storia del culto del toro Api. Ancora oggi il suo lavoro rappresenta una pietra miliare dell’egittologia e costituisce il principale punto di riferimento per chiunque voglia approfondire la conoscenza del Serapeo. Il complesso si sviluppa nel sottosuolo attraverso un lungo sistema di gallerie scavate nella roccia della necropoli di Saqqara. La parte più antica è costituita dalle cosiddette Gallerie Minori, generalmente attribuite al principe Khaemwaset, figlio di Ramesse II, celebre per la sua attività di restauro dei monumenti del passato. Successivamente il complesso venne ampliato con la costruzione delle Grandi Gallerie, un lungo corridoio sotterraneo che supera i duecento metri di sviluppo e dal quale si aprono ventiquattro grandi camere laterali. È proprio in queste nicchie che si trovano i celebri box di granito, autentici protagonisti del mistero del Serapeo. L’intero monumento era collegato alla superficie da un lungo viale processionale fiancheggiato da sfingi che, secondo gli studiosi, conduceva i cortei religiosi fino all’ingresso del santuario sotterraneo. L’atmosfera che ancora oggi si percepisce percorrendo questi corridoi è difficile da descrivere. Il silenzio, l’oscurità, le pareti perfettamente squadrate e la presenza dei giganteschi monoliti conferiscono al luogo una solennità quasi irreale. Fin dall’antichità il Serapeo doveva apparire come uno spazio separato dal mondo esterno, destinato a rituali di straordinaria importanza religiosa.
Secondo la ricostruzione tradizionale, costituiva la necropoli dei tori Api, animali venerati come manifestazione vivente del dio Ptah. La scelta del nuovo toro seguiva criteri rigidissimi. Gli antichi sacerdoti ricercavano un animale che presentasse particolari segni ritenuti divini, come una macchia bianca triangolare sulla fronte, il disegno di un’aquila sul dorso, uno scarabeo sotto la lingua e altri caratteri considerati eccezionali. Una volta individuato, il toro veniva condotto a Menfi, dove trascorreva il resto della propria vita all’interno del grande tempio di Ptah. Api non era semplicemente un animale sacro. Era ritenuto il dio stesso manifestato sulla Terra. Ogni suo movimento veniva interpretato come un segno della volontà divina. Le sue reazioni, il modo di alimentarsi, perfino il comportamento durante le cerimonie assumevano valore oracolare. Re, sacerdoti e popolazione consultavano il toro nei momenti più importanti della vita politica e religiosa del Paese. Alla sua morte il lutto coinvolgeva l’intero Egitto. Dopo un complesso processo d’imbalsamazione, il corpo dell’animale veniva accompagnato da una grande processione fino al Serapeo, dove riceveva solenni funerali prima di essere deposto nella propria camera sotterranea. Da quel momento il toro cessava di essere semplicemente Api e diventava Osiride-Api, identificandosi con il dio dell’oltretomba e della rigenerazione. Fu proprio questa figura divina che, durante il periodo ellenistico, diede origine al dio Serapide, nato dalla fusione tra la religione egizia e quella greca e destinato a diventare una delle divinità più importanti dell’intero Mediterraneo. Il Serapeo, soprattutto in epoca tolemaica, dunque rappresentava un importante centro religioso nel quale i fedeli cercavano oracoli, guarigioni e sogni rivelatori.
I papiri rinvenuti da Mariette raccontano la presenza dei cosiddetti katochoi, uomini consacrati al dio che vivevano stabilmente all’interno del santuario in uno stato di isolamento volontario. Altri pellegrini vi trascorrevano la notte praticando l’incubazione sacra, nella speranza che la divinità si manifestasse durante il sonno indicando la cura di una malattia o offrendo una risposta ai problemi della loro vita. Questo aspetto è particolarmente interessante perché mostra come il Serapeo fosse percepito non soltanto come una necropoli, ma anche come un luogo nel quale il contatto con il divino poteva produrre trasformazione, conoscenza e, forse, guarigione. Ed è proprio a questo punto che il monumento inizia a rivelare tutta la propria straordinaria complessità. Se infatti il culto del toro Api appare oggi ben documentato dalle fonti storiche e dalle numerose stele votive, molto più difficile è comprendere il significato originario dei giganteschi box di granito custoditi nelle Grandi Gallerie. Sono proprio questi colossali manufatti, più di ogni altro elemento del Serapeo, ad alimentare ancora oggi uno dei più affascinanti enigmi dell’antico Egitto.
Il cuore del mistero del Serapeo è rappresentato senza dubbio dai ventiquattro giganteschi box di granito collocati nelle camere laterali delle Grandi Gallerie. Si tratta di monoliti che misurano mediamente quasi quattro metri di lunghezza, oltre due metri di larghezza e più di due metri di altezza. La sola cassa pesa circa trentotto tonnellate, mentre il coperchio ne aggiunge altre ventiquattro, portando il peso complessivo di ciascun box a oltre sessanta tonnellate. La loro superficie, sia esterna sia interna, presenta una lavorazione di altissimo livello, con pareti perfettamente levigate, spigoli precisi (vicino ai 90 gradi) e un’impressionante qualità esecutiva, tanto da suscitare ancora oggi l’ammirazione di archeologi, ingegneri e tecnici della lavorazione della pietra. Secondo la ricostruzione proposta dall’egittologia, questi enormi contenitori vennero realizzati nelle cave di Assuan durante il Periodo Tardo, trasportati per quasi novecento chilometri lungo il Nilo su grandi imbarcazioni e successivamente trascinati fino a Saqqara mediante slitte di legno.

Una volta giunti al Serapeo, sarebbero stati introdotti nelle gallerie sotterranee con l’aiuto di rulli, corde e argani, per essere infine calati all’interno delle camere laterali mediante un ingegnoso sistema basato sulla sabbia, già descritto da Auguste Mariette. Secondo questa ricostruzione, ogni nicchia veniva riempita completamente di sabbia fino al livello del corridoio principale. Il box veniva quindi trascinato sopra questo enorme riempimento e, successivamente, la sabbia veniva rimossa poco alla volta attraverso aperture laterali o con secchi, consentendo al monolite di abbassarsi lentamente fino a raggiungere il pavimento della camera. È una spiegazione certamente affascinante, che testimonia l’enorme capacità organizzativa e tecnica degli antichi Egizi. Tuttavia, osservando attentamente il monumento, sorgono numerosi interrogativi ai quali, almeno per il momento, non sembra esistere una risposta definitiva. Il primo riguarda l’uniformità dei box. Se davvero essi furono realizzati nell’arco di diversi secoli, dal regno di Amasi II fino all’epoca tolemaica, ci si aspetterebbe di osservare un’evoluzione nelle tecniche costruttive, nelle proporzioni o nella qualità della lavorazione. In qualunque produzione artigianale sviluppata per un periodo così lungo compaiono normalmente differenze, miglioramenti o modifiche. Al Serapeo, invece, i box appaiono sorprendentemente omogenei. Pur variando leggermente nelle dimensioni, sembrano tutti appartenere allo stesso progetto costruttivo. Un secondo interrogativo riguarda la loro realizzazione. Non conosciamo documenti che descrivano nel dettaglio la costruzione di questi giganteschi monoliti, né testi che raccontino il loro trasporto dalle cave di Assuan fino a Saqqara. Gli antichi faraoni erano soliti celebrare con grande orgoglio le proprie opere monumentali, dagli obelischi ai templi, dalle statue colossali ai canali artificiali.
Colpisce quindi il silenzio delle fonti riguardo un’impresa che, se realmente realizzata nel Periodo Tardo, avrebbe rappresentato una delle più straordinarie opere di ingegneria dell’intera civiltà egizia. Anche il trasporto all’interno delle gallerie pone alcuni problemi. Far avanzare un monolite di oltre sessanta tonnellate lungo un corridoio sotterraneo costituisce certamente una sfida tecnica, ma la difficoltà maggiore consiste probabilmente nelle fasi successive. Ogni box doveva essere fermato con estrema precisione davanti alla propria camera, ruotato di circa novanta gradi, introdotto nella nicchia laterale e infine abbassato mantenendolo perfettamente orizzontale. Tutto questo doveva avvenire in ambienti relativamente stretti, con margini di manovra molto ridotti. Anche il sistema della sabbia, pur essendo teoricamente possibile, lascia aperte alcune domande. La moderna fisica dei materiali granulari mostra infatti che la sabbia, sottoposta a carichi molto elevati, tende a compattarsi, a sviluppare forti attriti interni e a redistribuire parte del peso verso le pareti che la contengono. Ciò significa che la discesa di un monolite così pesante avrebbe richiesto un controllo estremamente accurato, perché anche un piccolo abbassamento irregolare avrebbe potuto inclinare il box, incastrarlo e danneggiarlo. A questo si aggiunge un altro aspetto spesso poco considerato. Se, come scrive Mariette, ogni nicchia veniva completamente riempita di sabbia prima dell’introduzione del box, sarebbe stato necessario movimentare quantità enormi di materiale. Per una sola camera si parla di centinaia di tonnellate di sabbia da trasportare, accumulare e poi rimuovere nuovamente durante la discesa del monolite. Moltiplicando questa operazione per tutte le camere del Serapeo, la logistica richiesta diventa impressionante. Naturalmente tutto questo non dimostra che la ricostruzione tradizionale sia errata. Gli antichi Egizi hanno più volte dimostrato di possedere capacità organizzative e tecniche straordinarie. Ritengo però che questi interrogativi meritino di essere discussi con serenità, perché ricordano quanto il Serapeo sia ancora oggi un monumento capace di sfuggire a spiegazioni semplici. Ed è forse proprio questo il suo maggiore fascino. Più lo si studia, più ci si rende conto che, accanto alle molte certezze acquisite dall’archeologia, rimangono ancora numerose domande aperte.

Qual era realmente la funzione originaria dei grandi box di granito? Furono concepiti fin dall’inizio come sarcofagi destinati ad accogliere i tori Api, oppure vennero adattati a questo scopo soltanto in un secondo momento? E per quale ragione si decise di realizzarli come enormi monoliti, ricavati da un unico blocco di granito, invece di assemblarne le diverse parti, soluzione che avrebbe probabilmente semplificato sia la lavorazione sia il trasporto? Perché investire un impegno così straordinario nella realizzazione di manufatti dalle dimensioni imponenti e dalla finitura eccezionale, destinati a rimanere nascosti nelle profondità del sottosuolo, lontano dagli occhi di chiunque? Anche le iscrizioni pongono interrogativi difficili da ignorare. Soltanto quattro dei ventiquattro box oggi conosciuti, appena il 16,6% del totale, presentano iscrizioni, e soltanto tre riportano il nome di un faraone. Se tutti i box fossero stati realizzati appositamente per le sepolture degli Api durante il Periodo Tardo, non ci si aspetterebbe una documentazione molto più ampia e uniforme? Rimane poi il problema della loro movimentazione. Come fu possibile introdurre monoliti del peso di oltre sessanta tonnellate attraverso accessi e corridoi così stretti, effettuando successivamente le delicate manovre necessarie per collocarli con estrema precisione nelle rispettive camere laterali? A queste domande se ne aggiunge un’altra, emersa grazie ai più recenti studi geologici. Oggi sappiamo infatti che le Grandi Gallerie del Serapeo non sono scavate in un banco di calcare compatto, bensì in strati di scisto e marna, materiali decisamente più teneri e meno resistenti. Questa scoperta rende ancora più complessa la ricostruzione tradizionale, poiché impone di spiegare come un terreno di tale natura abbia potuto sopportare il passaggio ripetuto di monoliti di granito trainati mediante rulli, rotaie lignee e argani, senza deformarsi e senza “incagliarsi” nel terreno. Sono interrogativi ai quali, almeno allo stato attuale delle conoscenze, non è ancora possibile fornire una risposta definitiva. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere il Serapeo di Saqqara uno dei monumenti più affascinanti e misteriosi dell’antico Egitto: un luogo nel quale storia, archeologia e ricerca continuano a intrecciarsi, ricordandoci che, accanto alle molte certezze acquisite, esistono ancora enigmi capaci di stimolare nuove domande e, forse, future scoperte.

