Le Amazzoni dimenticate d’Africa: il viaggio di Myrina dall’Atlantico al Mar Nero

di Davide Baroni Scrittore

Le Amazzoni dimenticate d’Africa: il viaggio di Myrina dall’Atlantico al Mar Nero

ARCHEOMITO – Quando si pronuncia la parola “Amazzoni”, l’immaginazione corre quasi automaticamente verso l’Asia Minore, il fiume Termodonte, le rive del Mar Nero, Ippolita, Pentesilea e le guerre combattute contro Eracle e Teseo. Questa è l’immagine consegnataci dalla mitologia greca più conosciuta, quella entrata nell’arte, nella letteratura e infine nell’immaginario occidentale. Ma esiste una tradizione molto diversa, molto più antica e sorprendentemente precisa, conservata nel III libro della Biblioteca storica di Diodoro Siculo: secondo lo storico siciliano, le Amazzoni più antiche non appartenevano affatto al Ponto, ma alla Libia, cioè al grande spazio nordafricano che gli autori greci indicavano con questo nome. Diodoro lo afferma senza ambiguità: la maggior parte degli uomini, scrive, conosce soltanto le Amazzoni del Termodonte, ma quelle della Libia erano molto più antiche e avevano compiuto imprese straordinarie, Sarebbero addirittura scomparse molte generazioni prima della guerra di Troia, mentre le Amazzoni orientali raggiunsero il loro massimo splendore poco prima di quel conflitto. Diodoro è inoltre consapevole dell’eccezionalità del racconto e precisa di seguire Dionisio Scitobrachione, autore ellenistico che aveva raccolto tradizioni sulle epoche più remote, sugli Argonauti e su Dioniso. Il particolare è fondamentale, perché ci troviamo davanti a due tradizioni: una più recente, diventata celebre nel mondo greco, localizzata sulle sponde del Mar Nero, e un’altra assai più antica, collocata nell’Africa settentrionale. È quest’ultima che merita di essere riscoperta. Diodoro conduce infatti il lettore verso l’estremo Occidente della Libia, ai limiti del mondo allora conosciuto, in una regione dominata dall’acqua, dalle montagne e dalla vicinanza dell’oceano. Qui colloca una società nella quale i rapporti tradizionali fra uomini e donne risultavano completamente capovolti rispetto al modello familiare e politico greco. Erano le donne a dedicarsi alla guerra, a ricoprire gli incarichi pubblici e a svolgere le funzioni politiche, mentre agli uomini venivano affidate principalmente le occupazioni domestiche e la cura dei bambini. Non siamo ancora nel territorio delle Amazzoni orientali di Temiscira, siamo nella Libia occidentale, in prossimità dell’Atlante e di popolazioni che Diodoro definisce Atlantidi. La loro patria originaria viene descritta come un’isola chiamata Hespera, posta nel lago o palude Tritonide, un bacino straordinariamente grande che Diodoro mette in relazione con l’oceano e con il territorio ai piedi dell’Atlante. Già i nomi sono eloquenti: Hespera rimanda all’Occidente, alla regione del tramonto, mentre poco dopo, nel testo di Diodoro,incontriamo gli Atlantidi, descritti come abitanti di terre prospere affacciate sull’oceano. Non possiamo trasformare automaticamente queste indicazioni in coordinate moderne né affermare che Diodoro ci permetta di localizzare una città amazzonica precisa sulla costa marocchina, ma la geografia del suo racconto appartiene inequivocabilmente all’orizzonte occidentale del Nord Africa e dell’Oceano, non al Mar Nero. La società descritta da Diodoro era organizzata militarmente. Le donne costituivano il nucleo stesso dell’esercito e dello Stato. A determinate età prestavano servizio militare, mentre alcune conservavano incarichi pubblici e funzioni politiche più a lungo. Al centro della loro espansione compare una sovrana straordinaria, Myrina, che Diodoro presenta come una regina dotata di capacità militari tali da trasformare un popolo regionale in una potenza conquistatrice. Il suo esercito avrebbe raggiunto trentamila fanti e tremila cavalieri, numeri evidentemente epici, che non devono essere letti come un censimento militare, ma che rivelano l’immagine conservata dalla fonte, quella di una forza organizzata e temibile. Ancora più interessante è l’importanza attribuita alla cavalleria. Diodoro sottolinea che queste Amazzoni privilegiavano particolarmente l’uso del cavallo e descrive anche il loro equipaggiamento: si proteggevano con pelli di grandi serpenti, mentre combattevano con spade, lance, archi e frecce.Erano in grado di colpire il nemico frontalmente ma anche durante la ritirata, voltandosi e scoccando frecce contro gli inseguitori. Dietro la coloritura epica affiora dunque il ritratto di una popolazione mobile e militarizzata nella quale l’arco e soprattutto la cavalleria occupano una posizione privilegiata. La loro prima espansione si svolge ancora interamente in Africa. Diodoro racconta che conquistarono le città dell’isola Hespera, risparmiandone una considerata sacra, quindi sottomisero numerose popolazioni libiche e nomadi e fondarono nella regione del Tritonide una grande città chiamata Chersoneso. È soltanto in seguito che Myrina guarda oltre questo primo dominio e decide di affrontare popolazioni più lontane. E il primo grande nemico che incontra è forse il particolare più sorprendente di tutta la narrazione: gli Atlantidi. Diodoro li definisce gli uomini più civilizzati degli abitanti di quelle regioni, stanziati in una terra prospera, dotata di grandi città, e precisa che vivevano nelle zone vicine alla costa dell’oceano, aggiunge inoltre che proprio presso di loro la tradizione collocava l’origine degli dèi. Questo significa che il primo grande teatro della guerra di Myrina è l’Occidente africano. Dopo aver sconfitto gli Atlantidi, però, la regina non li distrugge. Essi si sottomettono, e lei li tratta con pietà e la precedente inimicizia si trasforma in alleanza. Gli Atlantidi le indicano allora un altro popolo nemico, le Gorgoni, descritte anch’esse come donne guerriere. Myrina le affronta in una guerra durissima, ne cattura migliaia e cerca d’incorporarle nella propria sfera di dominio. Una parte delle prigioniere, approfittando della notte, riesce tuttavia a impadronirsi delle armi delle guardie e reagisce, pagando infine con la vita il tentativo di liberarsi. Diodoro racconta che Myrina fece innalzare tre grandi tumuli funerari per le Amazzoni cadute, conosciuti ancora al suo tempo, secondo la tradizione, come “tombe delle Amazzoni”. È un quadro molto diverso dall’immagine stereotipata di un misterioso popolo di donne confinato ai margini della civiltà. Nel racconto di Diodoro abbiamo città, alleanze, guerre fra popolazioni, eserciti, cavalleria, sovrane, territori conquistati e tumuli funerari, in altre parole, una vera e propria geografia politica mitizzata dell’antico Nord Africa occidentale. Ed è significativo che Diodoro inserisca nello stesso paesaggio Amazzoni, Atlantidi e Gorgoni, tre gruppi che la successiva mitologia greca avrebbe trasformato in categorie completamente differenti. Qui, invece, sembrano appartenere allo stesso scenario geografico e combattono per il controllo dello stesso mondo. Ma la storia non termina nell’estremo Occidente. Dopo aver consolidato la propria posizione, Myrina intraprende quella che appare come una vera spedizione transcontinentale. Attraversa una parte considerevole della Libia e raggiunge l’Egitto, dove stipula un’alleanza con Horus, figlio di Iside, che Diodoro presenta come sovrano del paese. Poi continua verso l’Arabia, combatte le popolazioni locali, entra in Siria, arriva in Cilicia, attraversa le regioni del Tauro, raggiunge la Frigia e infine l’area del fiume Caico, nell’Anatolia occidentale. Da lì la sua presenza si estende anche alle isole dell’Egeo. Diodoro collega alla regina la fondazione di città che avrebbero portato il suo nome e ricorda le sue operazioni a Lesbo e Samotracia. Basta seguire questa sequenza su una carta geografica per accorgersi di quanto sia straordinaria: Occidente nordafricano → Libia → Egitto → Arabia → Siria → Cilicia → Anatolia → Egeo. È precisamente una traiettoria da ovest verso est. Ed è qui che può essere formulata un’ipotesi affascinante. E se la tradizione delle Amazzoni del Termodonte non fosse completamente indipendente da quella delle Amazzoni libiche? Diodoro stesso sottolinea che le seconde erano molto più antiche e che la fama delle Amazzoni orientali finì per oscurare quella delle occidentali. Naturalmente non afferma che una popolazione attraversò il Sahara a causa della desertificazione e arrivò direttamente sul Mar Nero, e questo passaggio deve essere riconosciuto come una ricostruzione ipotetica. Ma oggi sappiamo qualcosa che Diodoro non poteva conoscere: il Sahara non è sempre stato il deserto che vediamo. Durante l’ultimo Periodo Umido Africano immense regioni oggi aride erano occupate da savane, laghi, corsi d’acqua e ambienti favorevoli alla presenza umana. Successivamente il progressivo indebolimento del monsone africano provocò una trasformazione profonda dell’intero Nord Africa, culminata soprattutto fra il VI e il IV millennio a.C., con tempi diversi da una regione all’altra. Le evidenze archeologiche mostrano che l’occupazione umana del Sahara diminuì drasticamente in numerose aree durante questa fase e che intere comunità furono costrette a modificare strategie economiche e territori. Nel Sahara orientale, per esempio, la riduzione degli insediamenti coincide con uno spostamento della popolazione verso la valle del Nilo. Non fu un singolo giorno nel quale il Sahara diventò improvvisamente deserto, ma un processo lungo, fatto di avanzamenti dell’aridità, temporanee riprese delle precipitazioni, laghi che si ritiravano, pascoli che scomparivano e corridoi abitabili che progressivamente si restringevano. La ricerca recente conferma inoltre che il Periodo Umido Africano fu interrotto da significative crisi di siccità e che la sua conclusione fu regionalmente complessa. Inserendo la narrazione di Diodoro in questo scenario paleoclimatico, senza confondere il mito con il dato archeologico, emerge una possibilità suggestiva: popolazioni originariamente distribuite più a occidente potrebbero essere state progressivamente spinte verso i bacini ancora favorevoli dell’Africa settentrionale e quindi verso le coste mediterranee. In questa ricostruzione, il Tritonide non dovrebbe necessariamente essere immaginato come un singolo lago rimasto immobile nello stesso luogo attraverso migliaia di anni. Potrebbe essere diventato nella tradizione il nome di una geografia dell’acqua progressivamente trasferita verso est insieme alle popolazioni che ne conservavano i miti. Ed è proprio qui che la Tunisia meridionale e il sistema dei grandi chott diventano interessanti come possibile tappa finale africana della tradizione. Penso che,durante la progressiva desertificazione del Sahara, gruppi legati all’antico mondo pastorale nordafricano abbiano seguito verso oriente la fascia delle oasi, dei bacini residui e delle regioni ancora abitabili, portando con sé nomi, divinità, miti e strutture sociali. È significativo che molto prima di Diodoro anche Erodoto descriva proprio attorno al lago Tritonide popolazioni libiche nelle quali le donne conservavano comportamenti marziali sorprendenti. Presso il popolo degli Ausei le ragazze si dividevano annualmente in due schieramenti e combattevano con pietre e bastoni durante una festa dedicata ad Atena, la più bella veniva armata e condotta in processione su un carro intorno al lago. Erodoto aggiunge che quella Atena era considerata una divinità originaria della regione, figlia di Poseidone e del Tritonide. Il dato è difficile da ignorare: in Nord Africa esisteva ancora nel V secolo a.C. una tradizione nella quale donne, combattimento rituale, carri, armi e una grande divinità femminile guerriera erano riuniti nello stesso ambiente del Tritonide. Questo rende almeno plausibile immaginare che le narrazioni amazzoniche abbiano conservato, deformandolo, qualcosa di tradizioni sociali realmente presenti fra le popolazioni libiche. A questo punto la rotta raccontata da Diodoro acquista un nuovo significato. Da un antico nucleo occidentale, popolazioni o tradizioni amazzoniche avrebbero potuto avanzare progressivamente verso est, raggiungere la fascia tunisina del Tritonide, proseguire lungo la costa libica fino all’Egitto e quindi entrare nei grandi corridoi che conducevano al Levante. Da qui il passaggio verso la Cilicia e l’Anatolia non richiederebbe più un salto geografico, sarebbe la prosecuzione naturale della stessa direttrice. E Diodoro, sorprendentemente, racconta proprio questa traiettoria. Myrina parte dalla Libia occidentale, attraversa l’Africa, entra in Egitto, raggiunge Siria e Cilicia, sale verso il Tauro, attraversa l’Anatolia e arriva fino alle regioni dell’Egeo. Nella ricostruzione che propongo, dunque, il mito di Myrina potrebbe aver compresso in una sola grande spedizione la memoria di migrazioni e spostamenti avvenuti nell’arco di molti secoli o millenni. La desertificazione avrebbe progressivamente svuotato parte del cuore sahariano, spingendo popolazioni verso i margini più favorevoli, alcune comunità avrebbero raggiunto il Mediterraneo centrale e la regione tunisina, altre sarebbero proseguite verso l’Egitto e il Levante, altre ancora avrebbero attraversato l’Anatolia e raggiunto infine le regioni prossime al Mar Nero. Nel corso di questo lunghissimo processo i gruppi originari avrebbero naturalmente cambiato lingua, cultura, alleanze e composizione genetica: dobbiamo immaginare una tradizione culturale in movimento, assorbita e rielaborata da popolazioni differenti. Quando infine i Greci entrarono in contatto con società guerriere dell’Anatolia e delle steppe pontiche, il ricordo occidentale potrebbe essersi fuso con nuove realtà orientali, producendo le Amazzoni che conosciamo dai miti classici. In questa prospettiva il mito greco avrebbe compiuto l’ultimo passaggio: avrebbe raccolto memorie africane, anatoliche e pontiche, fondendole nell’immagine definitiva dell’Amazzone, la guerriera a cavallo che affronta Eracle, Teseo e gli eroi della guerra di Troia. Così il luogo nel quale le Amazzoni divennero famose potrebbe non essere quello nel quale nacque la loro storia. Se seguiamo la testimonianza di Diodoro fino alle sue conseguenze più affascinanti, il viaggio potrebbe essere cominciato molto più lontano, là dove tramontava il sole, nell’estremo Occidente della Libia, presso l’Atlante e le coste dell’Oceano.

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