di Apostolos Apostolou
Ci sono momenti nella storia del pensiero politico in cui il cambiamento non si manifesta attraverso il fragore delle rivoluzioni o la retorica degli slogan, ma prende forma nel silenzio, nell’interruzione, nella sottrazione. È in questo spazio apparentemente vuoto che il filosofo Giorgio Agamben ha individuato una forza capace di mettere in crisi l’ordine costituito. Una forza che non si oppone frontalmente, ma che sospende, disattiva, rende inoperoso il meccanismo del potere.
Per comprendere questa intuizione, Agamben non si limita alla filosofia politica in senso stretto, ma si rivolge alla letteratura, trovando due figure emblematiche: il protagonista de Il processo di Franz Kafka e Bartleby, lo scrivano creato da Herman Melville. Entrambi incarnano una forma di resistenza che sfugge alle categorie tradizionali dell’azione politica.
Nel romanzo di Kafka, Josef K. è travolto da un sistema giudiziario opaco e incomprensibile. Non si ribella apertamente, ma nemmeno accetta passivamente il suo destino. La sua è una resistenza ambigua, fatta di tentativi incompleti, di interrogativi senza risposta, di una tensione costante tra adesione e rifiuto. Il potere che lo circonda non ha bisogno di violenza esplicita: si nutre della sua stessa logica, della sua inevitabilità. Eppure, proprio in questa zona grigia, emerge una frattura.
Se Kafka mostra l’intrappolamento dell’individuo in un sistema totalizzante, Melville offre un’immagine ancora più radicale di sottrazione. Nel racconto Bartleby, lo scrivano, il protagonista, impiegato in uno studio legale di Wall Street, risponde a ogni richiesta con una formula disarmante: “Preferirei di no”. Non è un rifiuto diretto, non è una ribellione nel senso classico. È una sospensione dell’azione, un’interruzione che disarma il comando senza opporvisi frontalmente.
Agamben legge in Bartleby una figura della “potenza di non”, una capacità di non fare che non è semplice inerzia, ma una forma di libertà. In un mondo in cui il potere si esercita attraverso l’obbligo di agire, produrre, partecipare, la scelta di non rispondere secondo le aspettative diventa un gesto profondamente politico. Non si tratta di passività nel senso comune del termine, ma di una passività attiva, capace di disarticolare i dispositivi del potere.
Questa prospettiva si inserisce in una riflessione più ampia sulla natura del potere nelle società contemporanee. Secondo Agamben, il potere moderno non si limita a imporre divieti o a esercitare la forza, ma tende a catturare la vita stessa, a integrarla nei suoi meccanismi. È quello che il filosofo chiama biopotere: una forma di dominio che opera non tanto reprimendo, quanto includendo e normalizzando.
In questo contesto, la resistenza non può limitarsi a opporsi frontalmente, perché rischierebbe di essere riassorbita nel sistema. Occorre invece individuare forme di sottrazione, di disattivazione, di uso improprio dei dispositivi del potere. È qui che la figura di Bartleby diventa paradigmatica: il suo “preferirei di no” non distrugge il sistema, ma lo rende inoperoso, ne sospende il funzionamento.
Questa idea di “inoperosità” è centrale nel pensiero di Giorgio Agamben. Non si tratta di inattività, ma di una sospensione che apre nuove possibilità. Rendere inoperoso un dispositivo significa liberarlo dal suo scopo originario, restituirlo a un uso diverso, imprevisto. È una forma di creatività politica che non passa attraverso la costruzione di nuovi apparati di potere, ma attraverso la trasformazione di quelli esistenti.
La lezione che emerge da Kafka e Melville, letta attraverso Agamben, è dunque profondamente attuale. In un’epoca caratterizzata da una crescente pervasività del potere, che si manifesta non solo nelle istituzioni, ma anche nelle tecnologie, nei media, nei modelli di comportamento, la resistenza non può limitarsi alla denuncia o alla contrapposizione. Deve trovare nuove forme, capaci di sottrarsi alla logica stessa del sistema.
Il silenzio, in questo senso, non è assenza di parola, ma una parola diversa, che interrompe il flusso dominante. È uno spazio di possibilità, in cui può emergere un’altra idea di politica, meno legata alla conquista del potere e più orientata alla sua disattivazione.
Naturalmente, questa prospettiva solleva anche interrogativi. Può la passività diventare davvero una forma efficace di azione politica? Non rischia di tradursi in impotenza o in rassegnazione? Agamben risponde implicitamente a queste obiezioni distinguendo tra passività subita e passività scelta. La prima è il risultato di un dominio che paralizza; la seconda è un gesto consapevole, che interrompe e apre.
In un mondo che premia l’efficienza, la produttività e la visibilità, scegliere di non agire secondo le aspettative può apparire come un fallimento. Eppure, è proprio in questa deviazione che si annida una possibilità di trasformazione. Bartleby, con il suo rifiuto gentile ma irremovibile, non cambia il mondo nel senso tradizionale, ma ne incrina le certezze.
A ben vedere, la forza di questa prospettiva risiede anche nella sua ambiguità. Non offre ricette immediate né strategie facilmente replicabili. Piuttosto, invita a ripensare il rapporto stesso tra individuo e potere, tra azione e possibilità. In un contesto in cui ogni gesto sembra già previsto, catturato e monetizzato, la sottrazione diventa uno dei pochi spazi ancora praticabili.
Si potrebbe leggere questa linea di pensiero anche alla luce delle trasformazioni del lavoro contemporaneo, dove la richiesta di disponibilità costante e di auto-produzione identitaria rende sempre più difficile distinguere tra libertà e obbligo. In questo scenario, il “preferirei di no” non è solo un gesto letterario, ma può assumere i contorni di una micro-resistenza quotidiana, fatta di limiti, pause, rifiuti selettivi.
Non si tratta di idealizzare la passività, ma di riconoscerne il potenziale critico quando si configura come scelta consapevole. Forse, più che una soluzione, quella indicata da Giorgio Agamben è una postura: un modo di stare nel mondo che non coincide né con l’obbedienza né con la ribellione tradizionale.
Ed è proprio in questa zona intermedia, fragile ma fertile, che può emergere una nuova grammatica del politico. Una grammatica fatta non solo di azioni, ma anche di sospensioni, di vuoti, di possibilità non realizzate. Perché, a volte, è proprio ciò che non accade a cambiare il corso delle cose.
In definitiva, la riflessione di Giorgio Agamben invita a interrogarsi non solo su come agiamo, ma anche su quando scegliamo di non farlo. In un tempo dominato dall’urgenza e dalla reazione immediata, la sospensione può diventare uno spazio critico. Non è fuga, né indifferenza, ma una forma di attenzione diversa, capace di sottrarsi alle dinamiche automatiche del potere. Forse, proprio in questa capacità di interrompere , di dire “non ora”, “non così”, si nasconde una delle poche possibilità rimaste per immaginare un’alternativa reale. Una politica meno visibile, ma non per questo meno incisiva.
Apostolos Apostolou. Professore di Filosofia

